La rabbia è un’emozione potente. Si sente nel corpo, accelera il battito, rende i muscoli tesi, alza il tono della voce. È immediata, visibile, quasi “spettacolare”. Ma molto spesso ciò che mostriamo agli altri non è che la punta di un iceberg.
Sotto la superficie, nascosto anche a noi stessi, si muove un mondo emotivo molto più complesso.
Perché la rabbia è così “comoda”?
Dal punto di vista psicologico, la rabbia è un’emozione attivante: ci dà energia, ci fa sentire forti, reattivi, pronti a difenderci. In situazioni di conflitto o vulnerabilità può funzionare come una corazza.
È molto più semplice dire:
“Sono arrabbiato!”
che dire:
“Mi sono sentito ferito.”
“Mi sono sentito escluso.”
“Mi sono sentito inadeguato.”
La rabbia ci protegge dal contatto con emozioni che ci fanno sentire più "vulnerabili".
Cosa c’è sotto la superficie?
Quando esploriamo con calma ciò che precede un’esplosione di rabbia, spesso emergono altre emozioni:
• Frustrazione: quando le cose non vanno come vorremmo.
• Delusione: quando qualcuno non soddisfa le nostre aspettative.
• Tristezza: per una perdita, un rifiuto, una distanza emotiva.
• Vergogna: quando ci sentiamo giudicati o sbagliati.
• Senso di inadeguatezza: quando temiamo di non essere abbastanza.
• Paura: di perdere qualcosa o qualcuno.
La rabbia, in molti casi, è una reazione secondaria. È l’emozione che arriva dopo, come una copertura più “gestibile” rispetto al dolore o alla vulnerabilità.
Reagire o comprendere?
Quando siamo travolti dalla rabbia, la tentazione è reagire immediatamente: rispondere, attaccare, chiudere, alzare la voce. È una risposta automatica.
Ma reagire non significa comprendere.
Un passo diverso – più maturo e più efficace – è fermarsi. Aspettare. Dare spazio a ciò che sta accadendo dentro di noi.
Possiamo chiederci:
• Cosa mi ha ferito davvero?
• Quale bisogno non è stato soddisfatto?
• Di cosa avrei bisogno in questo momento?
Questa pausa non è debolezza. È consapevolezza.
Esprimere l’emozione reale
Quando riusciamo ad andare oltre la punta dell’iceberg, la comunicazione cambia radicalmente.
Invece di dire: “Non mi ascolti mai!”Possiamo dire:“Mi sono sentito ignorato e questo mi ha fatto stare male.”
Invece di attaccare: "Sei sempre il solito!”Possiamo esprimere: “Sono deluso e avrei bisogno di sentirmi più considerato.”
Esporre la vulnerabilità richiede più coraggio che mostrare rabbia. Ma è proprio questa autenticità che crea connessione, non distanza.
La rabbia non è il nemico
Non si tratta di reprimere la rabbia. La rabbia ha una funzione: segnala che qualcosa non va, che un limite è stato superato, che un bisogno non è stato rispettato.
Il punto non è eliminarla, ma ascoltarla.
Se impariamo a vedere la rabbia come un segnale – e non come un’arma – possiamo usarla per conoscerci meglio. Possiamo trasformarla da reazione impulsiva a occasione di consapevolezza.
Un piccolo esercizio
La prossima volta che senti salire la rabbia:
1. Fermati per qualche secondo.
2. Respira profondamente.
3. Chiediti: “Cosa sto provando davvero sotto questa rabbia?”
4. Prova a dare un nome preciso all’emozione.
5. Esprimi quella emozione, non andare all'attacco.
Sotto la superficie della rabbia c’è spesso una parte di noi che chiede ascolto, comprensione, riconoscimento.
E forse la vera forza non sta nel reagire, ma nel riuscire a dire con sincerità:
“Mi ha fatto male.”
Dott.ssa Karen Avarello
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